Antichi giochi di Quaresima

La Quaresima, dal latino cristiano "quadragesimam diem", cioè il "quarantesimo giorno" prima della settimana santa e, quindi, a rigor di logica si dovrebbe indicare con questo nome solo il mercoledì delle Ceneri, segnava nel passato un periodo di penitenza, di digiuno, e soprattutto di astensione dalle carni e in senso più ampio da tutto ciò che contribuiva al godimento del corpo. Il significato precipuo era, pertanto, quello di poter meglio riflettere sulla caducità delle cose terrene, in attesa che la resurrezione di Cristo spalancasse all'animo umano le porte della vita eterna.

La sapienza popolare, oltre che la religione, accettava tutto questo e lo traduceva in atti simbolici e in pillole di saggezza che chiamiamo proverbi.

La frivolezza del Carnevale si estrinseca così con Carnualë sërundë sërundë, quann'è doppë facemmë i condë (Carnevale unto e bisunto, alla fine facciamo i conti), che non si riferisce solo ai disordini alimentari che comporta il mangiar di grasso ma ci avverte pure che chi gode in questa vita spesso è destinato a soffrire nell'altra.

A scandire questo periodo di austerità ci pensava la "pupa di Quaresima" (chiamata a seconda dei dialetti Quaremmë o Quaresëmë), un fantoccio di donna con sette gambe o sette penne ai piedi. "Pupa e penne - ricorda Raffaele Riviello in Costumanze, vita e pregiudizi del popolo potentino - indicavano quindi le sette settimane di quaresima, e secondo le tradizioni popolari avevano anche il loro nome, dicendosi: Anna, Susanna, Rebecca, Ribbanna, Sicilia, Sicilianna, e po' si ni vene Pasqua ranna, per avere nella rima l'armonia di parentela". Ogni settimana che passava perdeva una gamba fino a rimanerne senza.

La prima domenica di Quaresima, chiamata anche Carnevalicchio, un po' come il Carnevale ambrosiano che si prolunga fino al sabato successivo al martedì grasso, ci si confrontava nel gioco della "pignata", la tipica pentola di argilla usata un tempo per cuocere e rendere più saporiti i fagioli, che per l'occasione veniva riempita di leccornie e appesa al centro della stanza fra la frenesia di bambini e ragazzi, desiderosi di mettere in mostra la loro abilità e golosi del contenuto che, da lì a poco, sarebbe piovuto sulle loro teste come manna dal cielo.

A Brindisi di Montagna, il gioco della pentolaccia si faceva durante il tradizionale ballo di Quaresima che era di norma la stessa sera. "La pignata, piena di caramelle e di confetti viene appesa al centro della stanza da ballo - scrive Donato Allegretti in Tradizioni popolari in Brindisi - insieme ad altre contenenti cenere, carboni, acqua e addirittura un topolino o degli scarafaggi. A romperle, senza sapere quale sia la buona, si provavano a turno cavalieri e dame con un bastone e occhi bendati". Assumeva quindi un tono vagamente più aristocratico, da adulti, proprio come accadeva nei salotti delle famiglie napoletane più o meno agiate. Ne fa fede quel che scriveva nell'anno di grazia 1900 Pasquale De Luca, cronista de L'Illustrazione italiana: "La sera della prima domenica di quaresima, a Napoli 'si rompe a pignata' contornando la caratteristica rottura di risate, di canti, di suoni e ciò che i cronisti mondani dicono 'una brillante sauterie'... Colà per turno, a designazione della sorte, dame e cavalieri venivano man mano bendati e armati di grosso bastone, col quale, entrando nella stanza, dovevano vibrare tre colpi sulla pignata per romperla".

La pentolaccia era un gioco prettamente italiano e diffuso un po' ovunque nelle nostre regioni, e forse per questa sua popolarità riuscì a valicare i confini e incontrare così buona accoglienza in Spagna da dare perfino il nome di domingo de piñata alla prima domenica di Quaresima. Quanto al significato simbolico, l'Allegretti ritiene che "la rottura della pentolaccia, approssimandosi l'equinozio di primavera, richiama i riti del capodanno; essa è il simbolo dell'anno che, morendo, offre i suoi semi per l'anno nuovo". Ma senza dubbio si possono dare altre spiegazioni, più o meno, affini come un invito, dopo l'ultima gozzoviglia rappresentata dai dolciumi in essa contenuti, ad astenersi dai peccati gola, o come segno augurale ricollegandola a usanze così all'antica usanza presso i popoli primitivi e no di rompere bicchieri, vasi, etc.

Un gioco poco conosciuto era poi quello delle uova o, come lo chiama il Riviello, tozzo delle uova. Un gioco che sembra anticipare (ci si perdoni l'azzardo) la teoria darwiniana della selezione naturale delle specie. "Vuo' tuzzà?" si dicono a sfida. Se si accetta - scrive il già citato Riviello -, i giuocatori si scambiano le uova per provarvi la durezza, e farsi un'idea di confronto, battendone la punta leggermente sui denti... Si mena lu tuocc' a chi spetta tuzzà pel primo, cioè battere con la punta del proprio uovo sull'uovo dell'avversario. Colui che nel tocco ha sfavorevole la sorte, mette il suo uovo in pugno in guisa, da lasciarne vedere solo l'orlo o la punta, mentre l'avversario col suo uovo, tozzando, vi dà il colpetto. Se si rompe il suo, lo perde".

Infine non possiamo non accennare alle battole o tabelle (a seconda i luoghi chiamate taroccëlë, troccole) che constano di una tabella di legno, munita di manico, su cui battono, agitandola, due pezzi di ferro che emettono un suono cupo. Era lo strumento che sostituiva le campane per annunciare le funzioni del giovedì e venerdì santi, ma che i ragazzini avevano trasformato in una specie di giocattolo col quale si divertivano a gironzolare per le strade facendo rumore. Di origine antichissima, l'invenzione della battola si fa risalire infatti a prima dell'invenzione delle campane, ed è sempre stata considerata dalle varie religioni, specialmente orientali, uno strumento sacro. Anche il Cristianesimo l'ebbe in uso finché, sostituita dalle campane, finì relegata nell'ambito ristretto della cultura popolare che, sempre viva e fantasiosa, l'ha chiamata con una miriade di nomi diversi e ne ha tratto delle credenze come quella che vuole che il suo suono cupo, funereo altro non sia che l'eco delle grida dei giudei o di Pilato battuti dal popolo. Ma è probabile, invece, che l'uso della battola fosse in origine legato alla pratica magica del rumore che spaventa e allonta gli spiriti malvagi che infestano l'aria nei giorni in cui si rivive il compiersi del destino del Figlio dell'Uomo.

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